martedì 30 gennaio 2007

Hanno liberalizzato tutto, tranne le opinioni!

Ha recentemente passato il vaglio del Consiglio dei Ministri il ddl Mastella che prevede nuove pene per chi osi mettere in dubbio alcuni eventi della 2° Guerra Mondiale storicamente sanciti dal Processo di Norimberga. Il ddl prevede anche sanzioni per chi offenda la sensibilità degli omosessuali, dei transgender, ecc.ecc. proprio come espressamente chiesto da Vladimir Luxuria, Grillini e altri esponenti della comunità gay italiana a seguito degli sfottò che il popolo del centrodestra gli rivolse durante la recente manifestazione del 2 dicembre in quel di Roma.
E' inutile dire come questi provvedimenti altro non facciano che limitare sensibilmente la tanto decantata (dalle democrazie) libertà di espressione andando a colpire chi semplicemente si occupa di ricerca storica e lo fa, checché se ne dica, in modo serio usando le fonti senza farsi suggestionare dalle vulgate sensazionalistiche che invece imperversano su certi fatti.
Reali o fasulle che siano le tesi dei famigerati storici "revisionisti" andrebbero semplicemente discusse e confutate sul campo, invece nella democratica Italia (che con questa legge si adegua agli "standard" di altri paesi europei...... grazie al cielo!) si adotta un criterio repressivo nei confronti di chi semplicemente osa esprimere idee non conformi, "stonate" ai più anche se supportate da una seria e metodologica ricerca scientifica.
Questo è il caso di David Irving che recentemente ha dovuto scontare qualche mese di carcere (intimidazione?) in Austria per questi gravissimi reati; carcere che, a quanto pare, non è bastato a scalfire le sue convinzioni.
L'elemento curioso della vicenda è che tutto avviene mentre nel campo economico il Ministro Bersani pare fermamente intenzionato a dare il la alle salvifiche liberalizzazioni. Provvedimenti che, a loro dire, avvantaggeranno i consumatori sbloccando il mercato attualmente in mano a pericolose lobby quali panettieri, benzinai, taxisti, ecc.ecc.
Liberalizzano tutto, aboliscono il vincolo di distanza tra attività commerciali simili (vincolo suggerito dal buon senso) così che uno possa avere tre panettieri uno a fianco all'altro ma nello stesso tempo vogliono negarci la libertà di espressione.
L'Italia dell'Ulivo pare essere un posto dove ognuno è libero di consumare il più possibile (i Ministri si mobilitano affinché ciò avvenga) ma dove il pensiero viene censurato, un posto di lobotomizzati buoni solo a mangiare, vestirsi alla moda, firmare cambiali per pagarsi le vacanze ma dove il libero pensiero e la ricerca storica vengono censurati.
Lo scenario orwelliano diventa ogni giorno più reale!
Buon 1984 a tutti!

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giovedì 11 gennaio 2007

Hijab, Islam e Daniela Santanchè.

Interveniamo per dire brevemente la nostra sulla recente querelle intercorsa tra la parlamentare di Alleanza Nazionale Daniela Santanchè e alcuni estremisti facenti riferimento al mondo islamico.
Per prima cosa riteniamo necessaria una breve ricostruzione dei fatti:
Daniela Santanchè ha dato alle stampe un libro intitolato "La donna negata" che parla della situazione delle donne di religione islamica cui, a suo dire, gli viene negata la libertà costringendole a portare l'opprimente velo (che si chiama in realtà hijab).
A seguito di questo libro-denuncia la Santanchè è stata minacciata di morte via lettera da un gruppo di estremisti islamici.
Iniziamo col dire che la solidarietà alla deputata è d'obbligo viste le gravi minacce di cui è vittima.
Diciamo anche che le sue posizioni su quel che riguarda l'hijab sono per noi assolutamente incondivisibili. Daniela Santanchè vede infatti nel velo una sorta di costrizione a cui le donne mussulmane dovrebbero prostrasi, crediamo che questa sua affermazione sia il frutto di un analisi quantomeno superficiale. Crediamo infatti che l'hijab portato dalle donne islamiche altro non sia che il manifestarsi di un'identità religiosa che nell'Islam è ancora viva (a differenza che nell'Occidente democratico e fintamente cristiano) e che quindi sia loro pieno diritto esprimere questa loro identità.
Il laicismo che imperversa qui da noi vuole, al contrario, sopprimere le identità dei popoli e dei singoli individui quasi a voler rendere tutto il mondo una massa di persone indifferenziate e massificate. Questa operazione è stata portata avanti ormai da decenni in Europa da quelle che sono le "centrali del mondialismo" che mirano a trasformare il mondo in un gigantesco mercato fatto non più di persone ma di semplici consumatori dediti allo shopping e all'acquisto di tutti quegli inutili oggetti che l'establishment massmediatico pubblicitario ci "impone".
Porsi ancora come persone dotate di una propria identità e personalità in questa società è quasi visto come un crimine agli occhi dell'imperversante "Dio Mercato". Ci sembra poi ridicolo che una società che ad ogni livello sponsorizza una licealità nei costumi e nei comportamenti a dir poco immorale voglia in qualche modo "bandire" il senso del pudore.
Quello che però davvero non ci piace di tutta questa vicenda è che gruppi di persone estranei alla nostra comunità nazionale cerchino in qualche modo di porsi in maniera ingerente nei confronti delle nostre scelte politico-amministrative. Cari mussulmani, se Daniela Santanchè dice fesserie saremo noi i primi a dirglielo (come abbiamo appena fatto), davvero non possiamo tollerare in alcun modo le vostre minacce i vostri gesti inconsulti. L'Italia non è la Francia! A buon intenditor.....

mercoledì 10 gennaio 2007

La differenza è nella consapevolezza


Amettiamo per un attimo che abbiano ragione loro, ammettiamo che sia possibile un mondo dove trionfi la pace eterna, la giustizia sociale, l'uguaglianza, la libertà e tutte quelle belle parole con le quali ci hanno riempito la testa da quando siamo nati.
Amettiamo, cioè, che il mondo non sia sempre stato in preda a tumulti, mutamenti, guerre, estinzioni, cataclismi. Amettiamo che se in una qualche epoca il "male" è stato sconfitto questo non è accaduto perchè schiere di uomini hanno messo sul piatto della storia la loro vita al fine di affermare un qualche principio ma che questo sia avventuo grazie a "valorose" masse di disertori, di fuggiaschi, di voltagabbana, ecc.ecc.

Ammettiamo, senza ovviamente concedere, tutto questo. Sarebbe un mondo in qualche modo congeniale? Varrebbe la pena vivere in un mondo simile? Possiamo considerare vita quella in cui tutto è dato e dovuto dallo Stato (o chi per lui), quella dove non esiste più un principio per cui valga la pena combattere, quella dove un individuo vive nell'età dell'infanzia perenne coccolato e accudito da tutti?
A ben vedere questa sembra più la nientificazione della vita stessa piuttosto che una vita degna di essere vissuta!

E'allora la soluzione qual è? Qual è il nostro fine ultimo, escatologico? La guerra perenne e totale è quello a cui noi dobbiamo ambire e puntare per sentirci vivi? Non è anche questa un'esagerazione?
Certo, anche questa può essere un'esagerazione, ma perlomeno in essa vi è una consapevolezza che fa la differenza: siamo consapevoli che da sempre nel mondo vi sono state intere specie animali, intere stirpi di uomini, intere razze e civiltà che magari un tempo hanno prosperato, dominato e poi, in seguito, sono state sconfitte e sono state destinate a sparire; non per questo hanno mai rinunciato alla lotta, non per questo sono mai fuggite dal nemico che gli si poneva di fronte.
Diversi segnali sembrano presagire che questo momento sia ormai prossimo in Europa, ne siamo consapevoli, non per questo abbandoneremo la trincea nascondendoci dietro una bandiera multicolore figlia della codardia e dell'arrendevolezza, figlia del morbo che attanaglia l'Europa e che l'ha ridotta in questo stato.
Siamo consapevoli che l'opulenza, i beni materiali, la prosperity, il confort è tutto quanto pare essere essenziale per molti nostri contemporanei è,in realtà, accessorio.
Siamo consapevoli che ben altro è il compito che attende la nostra generazione.
Siamo consapevoli, come dicevano i romani, che se si vuole la pace bisogna essere pronti alla guerra.
Non è follia la nostra, la nostra è semplice consapevolezza che nella vita ci sarà sempre una buona ragione per combattere e per questo bisogna smpre esserne pronti, forti e degni.

E' nella consapevolezza che si esplica la differenza tra noi e loro.
E' nella consapevolezza che la vita torna ad essere degna di essere definita tale.

martedì 9 gennaio 2007

Noi antimoderni

Per vie molteplici, oggi, si fa sempre più preciso il senso, che una minaccia oscura incombe sull'intera civilizzazione d'Occidente. Nella crisi, investente non questa o quella forma speciale, ma la compagine dell'intero mondo moderno, sembra che si preannuncino i sintomi della fine di un mondo, del tramonto di una cultura.
Un GUENON, mentre analizza il malessere e lo squilibrio propri all'epoca, mostra difatti come le caratteristiche di essa siano proprio quelle dell'Età Oscura o DEL FERRO, preconizzata da antiche tradizioni.
Uno SPENGLER indica come oggi sia fatalmente in atto quella legge inflessibile, per cui, come ogni organismo, così ogni civilizzazione ha, dopo il suo sorgere e prosperare, il suo decadere ed il suo pietrificarsi in una grandezza barbarica priva di vita.
Dopo un NETZSCHE, un KEYSERLING e un KALERGI accusano l'IMMORALISMO e l'IRREALISMO dell'anima europea, mentre un BENDA constata la TRAHISON DES CLERCS, l'asservimento delle classi che ebbero il retaggio di una tradizione spirituale, alla passione e all'odio politico.
In realtà, le antiche certezze barcollano dovunque; i principi dovunque sono incerti, le tradizioni sono perdute, gli spiriti sono divisi e forze oscure, incontrollabili, irrazionali, sospingono e travolgono gli uomini e le collettività, giuocandole attraverso le idee, gl'interessi e le passioni che essi s'illudono di perseguire.
Quella Civiltà, di cui il Moderno fu sì fiero, e in nome della quale aveva creduto al MITO del PROGRESSO e aveva marciato alla conquista del mondo, quella civiltà si trova oggi dinanzi ad una specie di riduzione dell'assurdo, di capovolgimento dei valori che essa si era arrogati.
Lanciatasi alla conquista della materia, essa non ha conseguito il suo scopo che a prezzo di materializzare lo spirito, di escludere ogni forma superiore di vita, di amalgamare gl'individui nella tirannide di organismi collettivi, che quasi diremmo SUBUMANI nella loro mancanza di volto, di razionalità, di luce, nella loro soggiacenza ad energie che di tempo in tempo, come galvanizzando con una vita momentanea e paurosa dei corpi morti o automatici, li scaglia gli uni contro gli altri.
Il tentativo Cristiano di dare all'Occidente una tradizione religiosa, non può che considerarsi fallito.
La nostalgia con cui spiriti come un MARITAIN, un GUENON, un BERDJAEW si volgono al Medioevo feudale e cattolico, non dice forse dell'invalicabile distanza fra i tempi attuali e quelli, in cui l'Europa s'avviò veramente ad organizzarsi sotto i due grandi simboli dell'Azione e della Contemplazione? Che importa che il Cristianesimo(senza rendersene conto) abbia servito di veicolo alla trasmissione di una Sapienza Trascendente, ANTERIORE AD OGNI TEMPO, e che la Chiesa in Riti, Simboli e Dogmi ne conservi il deposito, se da tempo nessuna coscienza oramai vi corrisponde?
Se il Cristianesimo oggi non vale più alle genti che come una piccola fede ed una morale che tutti professano e che tutti tradiscono, mediocre e borghese nel cattolicesimo, depotenziata e stimolante di realizzazioni pratiche e d'intransigenze sociali nel protestantesimo?
E non è soltanto a questo riguardo che chi parla di TRADIZIONE e di Ritorno alla Tradizione, in realtà, sa ancor meno di chi la nega che cosa sia Tradizione.
Un MASSIS che innalza il simbolo di una DIFESA DELL'OCCIDENTE, che getta allarme contro l'asiatizzazione del mondo latino, in realtà, non sa nè ciò che è l'ORIENTE, nè ciò che all'OCCIDENTE potrebbe valere come principio di rintegrazione; non sa quanto di ciò che egli nega stia in ciò ch'egli afferma, nè quanto ciò che egli afferma stia in ciò ch'egli nega. Taciamo poi di tutto quel che da qualche tempo si proclama da noi su tradizioni e tradizionalismo, ora su questa base ed ora su quella, chi esaltando una Roma Vaticana, chi una Roma Massonica, chi una Roma Mazziniana e Giobertiana, innalzando a destra e a manca strani TABU', lanciando attacchi a vuoto, ammannendo con paroloni i pasticci più inverosimili. Qui, come altrove, la CONFUSIONE DELLE LINGUE è completa; la potenza di schemi, formule e parole che, come gli enti creati dalla Magia, non dipendono più da chi li ha creati, è quasi senza limite.
Nè basta.
Un informe bisogno di sfuggire alla stretta arimanica del materialismo, non incontrando più quei sostegni che solo nel presupposto di rapporti interiori e viventi erano dati dalle sopravviventi tradizioni, ha generato nella squilibrata anima occidentale una deviazione ancor più pericolosa: quella del NEOSPIRITUALISMO.
Dalle varie riviviscenze di un misticismo sospetto all'importazione di dottrine esotiche quanto mai contraffatte; dalla nuovissima superstizione spiritistica all'interesse morboso per i problemi e le complicazioni del subcosciente e della psicanalisi; dall'INTUIZIONISMO e dal SURREALISMO alle varie forme messianiche e alle mille sette pseudo-religiose e pseudo-occultistiche che pullulano ai margini del protestantesimo: dalle ideologie umanitarie ed universalistiche a quelle di una RELIGIONE DELLA VITA e di un SUPERUOMISMO che, strano a dirsi, quasi sempre finisce in associazione di donne e di sub-uomini, da tutte queste forme si palesa un comune significato.
E' il disfarsi dell'anima europea, è il suo scarcarsi di sè stessa, il suo EVADERE.
Deviata da un insano conato di liberazione, essa si sottrae al reale non per un SUPER-REALE, sì invece per un SUB-REALE e per un PRE-REALE nel quale il senso dell'individualità si scioglie, ed una torbida, estatica coalescenze con forze sub-umane abolisce la legge dell'azione pura e della chiara visione.
Tanto poco, quanto ciò contro cui reagisce, un tale spiritualismo costituisce dunque un principio: non è un sintomo di rinascita, sì invece - al pari di quello che già asiatizzò il mondo greco-romano nel periodo alessandrino, ed a cui così stranamente rassomiglia - un sintomo di crepuscolo, un'esasperazione dello SCARTARE e del desistere nell'universale scompiglio.
Così, tristi presagi incombono sul mondo occidentale: giacchè non si tratta di una contingenza degli ultimi tempi, sì invece della logica conclusione dei principi stessi su cui questa civiltà si è sviluppata. Nell'AMERICA - che è la più temibile fra le nuovissime barbarie - non ci si trova forse dinanzi allo sbocco della direzione industriale iniziata dalla Civiltà europea?
E nel BOLSCEVISMO - che in un certo modo costituisce una forma diversa dell'identico pericolo - non si palesa forse la statuizione in maschera sociale materialistica di quella mistica della comunità che, attraverso il sovvertimento cristiano, travolse i valori individuali, gerarchici ed imperiali del mondo greco-romano?
Tutto ciò, ci dice quanto poco sia da sperare circa l'efficacia di una reazione.
Ancora una generazione - due al massimo - e ogni possibilità superstite sarà strozzata, e nulla più arresterà questa gran massa oscura che già corre lungo la china: a meno che un rivolgimento brusco, una crisi che squassi radicalmente le fondamenta della civilizzazione moderna venga a ristabilire l'equilibrio, sia pure attraverso qualcosa, che agli occhi dei più varrà come catastrofe.
Possedendo questa persuasione, che compito resta ai pochi che ancora resistono?
Non un'azione diretta, ma quell'azione più sconcertante che può esercitare la muta ed impassibile presenza di un CONVITATO DI PIETRA. Bisogna spezzare i ponti, e con l'aderenza assoluta a significati e a visioni primordiali, quelle che agirono ancor prima che le cause della presente civilizzazione si stabilissero, costituire un Polo, il quale, se non impedirà a questo mondo di deviati di essere ciò che è, gl'impedirà però di affermare l'inesistenza di ogni altro orizzonte, di glorificare se stesso, di statuire se stesso a religione, di pensare che ciò che è, è ciò che deve essere e che è bene che sia.
Da qui, un punto fermo; da un tale punto, nuovi rapporti, nuove DISTANZE, nuove consapevolezze; da tali consapevolezze, forse - in qualcuno - principi di crisi liberatrici.
E' naturale che molti punti a questo proposito vanno precisati e chiariti: al che si volgeranno i nostri articoli successivi. Fin d'ora diciamo che non si tratta di RITORNI, poichè il riferimento è soprattutto a certi principi e a certi interessi, che essendo al di sopra del tempo, hanno (per usare un'espressione di GUENON) una permanente attualità.
Aver perduto il senso di quest'attualità, essersi disciolti nel mito di un puro fluire, di un puro fuggire, di un puro tendere che sospinge sempre più in là la propria meta, di un processo sempre impotente a raggiungere un possesso, questa è una delle caratteristiche del mondo, a cui NOI ANTIMODERNI ci contrapponiamo.
Da qui, un limite netto che separa due epoche, non in senso storico, ma piuttosto in senso ideale: e potremmo chiamare l'una TRADIZIONALE, l'altra ANTI-TRADIZIONALE.
Riportare al grande respiro della prima, al di là da ogni diversità che la comune opposizione all'altra cancella, è il primo punto. Poi, noi vorremmo più particolarmente far parlare il simbolo più prossimo a noi occidentali: il simbolo dell'AZIONE, restituito al suo significato integrale e tradizionale, di cui le equivoche DIFESE DELL'OCCIDENTE di oggi potrebbero recare un informe presentimento.
Ma ciò, non prima che il punto fermo sia stabilito; che il senso della distanza sia preciso, sì che appaia la modalità e la natura dei processi, che confermano e fomentano il pervertimento dell'anima europea.


Julius Evola, La Torre 1° Febbraio 1930

La destra di Fini? E’ una sinistra in ritardo

Che ne sarà della destra in questo nuovo anno? Non sto parlando della casa delle Libertà, di Berlusconi e di quell’universo moderato e liberale che si ritrova al centro e nei paraggi e comunque in antitesi alla sinistra. Ma della destra, ovvero quel luogo concreto e immaginario abitato da conservatori, nazionalisti, tradizionalisti, perfino nostalgici e reazionari.
A giudicare dai rari momenti di popolarità che ha avuto nello scorso anno, legati quasi tutti a esternazioni di Fini, presentate dai media come svolte e strappi, direi che ormai la destra in Italia è solo un umore, forse un malumore, comunque un ricordo. Non c’è la destra nel futuro della destra italiana; c’è la fusione o la federazione con il centro, c’è il partito popolare europeo, c’è una visione assai laica della politica e dell’etica, non più legata ai principi solidi e consueti della destra, quelli che derivano dal senso tradizionale della famiglia, della religione e dell’amor patrio. C’è una visione professionale e pragmatica della politica; e questo passa per innovazione, modernizzazione…Se fossi in vena di polemica, direi che la destra per Fini è una sinistra in ritardo: arriva alle stesse conclusioni ma piano piano. Sulle coppie gay, sull’islam, sulla famiglia, sugli immigrati, sulla religione, sull’Europa e via dicendo. Ma non ho più voglia di polemica, non ne vedo l’utilità né sento l’impulso; sforzandomi di polemizzare direi che c’è scontro quando c’è divergenza di idee, non quando si nota l’assenza delle medesime, l’encefalogramma politicamente piatto. No, lasciamo stare la polemica. Siamo diventati buoni e stanchi.


Fini ha scelto una strada che non coincide con quel mondo di valori, di giudizi e pregiudizi che in Italia e in tutto il mondo, dai Paesi più avanzati a quelli più arretrati, caratterizza quell’area d’ opinione. Se ne prenda atto, senza rabbia. Anzi, in cosciente libertà, arrivando a rispettare la scelta finiana, anche se non vi è reciprocità, c’è assenza di dibattito e di libertà sull’argomento, c’è autocrazia in An e divieto di parlarne, censura e cancellazione dei “maledetti” nelle sedi scarse di controllo politico. Non è nemmeno interessante studiare il movente, psicanalizzare le rotture, ritrovare motivi personali e scompensi logico-affettivi, perfino stati di salute, non solo mentali. Ci interessano solo gli effetti. Serenamente.


La famiglia dei conservatori


La prima domanda che invece abbiamo il diritto di avanzare è questa: secondo voi esiste o no un’area civile prima che politica , che invece si considera legata a valori, sensibilità, esperienze di vita legate a quel senso comune? Esistono o sono una pura congettura i conservatori nel nostro Paese? C’è chi si riconosce nelle posizioni del Papa e ritiene fondamentale ancorare la destra alla tradizione, alla famiglia, al senso dello Stato, dell’ordine e dell’autorità pur nella libertà; al senso del sacro, alla continuità storica, alla passione ideale? Credo che la risposta sia positiva. Sì, esiste e non è scarsa questa area. Non sarà maggioritaria ma penso che sia considerevole. Se quest’area non è tutelata e rappresentata dalla destra, chi la rappresenta e la tutela? La domanda vaga nel vuoto. Si possono trovare solo risposte minimaliste, in negativo. Ovvero si può dire che Berlusconi, almeno, quest’area non la mortifica; non la rappresenta ma non la rigetta, non si schiera a favore di certe scelte di vita, non dichiara nemmeno il fascismo un male assoluto. Lo stesso si può dire di Casini, Buttiglione, degli ex dc che magari non piacciono ai conservatori per le loro posizioni deboli sul piano dei valori e ambigue sul piano delle scelte di campo. Ma perlomeno non fanno strappi di quel tipo. Persino la Lega a suo modo non rompe con quel nucleo di identità condivisa: radicalizza le scelte, brutalizza i linguaggi, volgarizza ma non rompe. Però finora abbiamo trovato soggetti che non offendono la sensibilità di quell’area, ma non soggetti che la difendano. E’ questo il probelma che resta: in Italia esistono singole voci e interpreti isolati, ma non c’è un vero, moderno, vivace movimento conservatore. E’ un problema che non investe più Fini, ma va ben oltre.


Tradizione e futuro


A Fini, invece, il dubbio che legittimamente i suoi potenziali seguaci potranno avanzare è il seguente: qual è la ragione sociale di un movimento che ormai è insofferente verso ogni altra definizione ereditata (destra, nazionale, conservatrice, tradizionalista, ex-missina) al punto che si appoggia ad un verbo di pura azione (fare) e di vaga aspettativa (futuro) e si identifica solo con la voce di un leader? Non è in atto una sostituzione di idee e valori, ma una fuoriuscita da ambedue nel nome vago del nuovo. Ricordo allora una splendida metafora di Nietzsche quando avvertiva che abbiamo lasciato la terraferma e navighiamo senza riferimenti in alto mare: non potendo più guardare agli antichi ormeggi non resta che fidare solo su se stessi. Senza valori, tocca a voi essere valorosi. Ecco, chiedetevi dove sono i valorosi che riescono a sostituire il legame con i valori col proprio valore. Scusate, ma non ne vedo. Se non si è continuatori di qualcosa e di qualcuno bisogna essere creatori: vedete voi creatori da quelle parti? Scendiamo di livello e accontentiamoci dei paragoni: se a questa gente togliete le loro identità, pensate che siano almeno migliori come politici, decisori, amministratori dei loro avversari? Senza polemica, io dico no. Tecnicamente, pragmaticamente, sono meglio i Veltroni a guidare le città, sono meglio i D’Alema agli Esteri, e così via. Per ora, benché longilinei, appaiono come nani sulle spalle di giganti; quei giganti sono la tradizione a cui si riferivano superficialmente ma anche quei leader come Berlusconi che li hanno portati al governo. Cosa faranno senza l’una e senza l’altro? Senza rancore, vi auguro con tutto il cuore di aver sbagliato io diagnosi, in testa o in coda.

L'Europa archeofuturista di Adriano Romualdi

I trent’anni della morte di Adriano Romualdi cadono in un momento di discussione - forse anche di confusione - riguardo all’identità culturale dell’Europa. Alla civiltà del Vecchio continente Adriano dedicò pagine dense di entusiasmo e di rigore culturale; oggi il suo intelletto - giunto all’età della completa maturazione culturale - avrebbe saputo portare un contributo enorme alla definizione di un concetto di Europa che fosse sintesi di tradizione e di modernità. Un contributo certamente superiore a quello dei politici che, improvvisatisi “padri costituenti”, per settimane si sono dilettati ad aggiungere o sottrarre righi al sonetto del “Preambolo” della Costituzione europea. Ovviamente è ozioso immaginare cosa sarebbe potuto accadere se la più valida promessa della cultura di destra (solo di destra?) del dopoguerra italiano non fosse stata stroncata su una autostrada d’agosto. Meno ozioso, invece, è considerare quanta parte dell’opera di Adriano sia stata in fondo trascurata col passare degli anni, e quante intuizioni espresse con un linguaggio ancora giovanile possano oggi rifiorire nel nostro contesto. Per Romualdi l’idea di Europa e il tentativo di elaborare un nuovo mito di nazionalismo-europeo rappresentarono la via di uscita dai vicoli ciechi in cui si erano cacciati i movimenti patriottici (anche quelli più rivoluzionari) attraverso le peripezie di due guerre mondiali. Lo storico partiva dal presupposto che il 1945 aveva visto sconfitte tutte le nazionalità europee. Non solo gli ungheresi, ma anche i polacchi riconsegnati al più brutale dei loro tradizionali oppressori. Non solo i tedeschi ma anche i russi, che vedevano consolidato un regime che in fondo era già moribondo nel ’39 e destinato a una naturale implosione. Non solo gli italiani, ma anche i francesi e gli inglesi privati dei loro imperi, ridotti al rango di medie potenze se non addirittura di dominion. Tutti i popoli europei erano stati sostanzialmente umiliati e guardavano per la prima volta in faccia l’abisso del loro annichilimento culturale. Al male estremo, Romualdi contrappose l’estremo rimedio di un ritorno alla fonte primordiale: le avanguardie politiche e culturali dell’Europa avrebbero dovuto riconoscere che le patrie particolari traevano origine da un comune ceppo, ben distinto nella sua fisionomia fin dall’alta preistoria. Le radici dell’Europa venivano in tal senso ricercate in uno strato più profondo di quello caratterizzato dal razionalismo moderno o dal cristianesimo medievale. Compito dell’antropologia, della linguistica, dell’archeologia, della storia in senso lato doveva essere quello di ricostruire il volto della tradizione europea, mediante i più avanzati strumenti della ricerca scientifica. Veniamo qui ad un secondo fondamentale aspetto dell’opera romualdiana. Adriano intuì la necessità strategica di impadronirsi del linguaggio, degli strumenti, anche delle conclusioni delle scienze moderne occidentali. Dalla frequentazione di Evola egli attinse l’amore per l’elemento arcaico, per ciò che in un lontano passato testimoniava la purezza di un modo di essere ancora incorrotto. Tuttavia reagì energicamente all’ombra “guenoniana” del pensiero tradizionalista: a quell’atteggiamento antiquario e anche un po’ lunatico che in nome di dogmi immutabili portava a disprezzare tutto quanto si era mosso nella storia degli ultimi dieci secoli, a disprezzare le grandi creazioni del genio europeo moderno. Così, mentre i guenoniani si perdevano dietro “metafisismi arabi” (la gustosa definizione è di Massimo Scaligero) e alimentavano polemiche interminabili sulla “regolarità iniziatica” o sul “primato dei brahmana”, Adriano Romualdi volle dare una nuova definizione del concetto di Tradizione. La Tradizione europea, come la intende Romualdi, è qualcosa di dinamico: in essa trova posto il Mos Maiorum (il patrimonio di valori eterni), ma anche l’innovazione tecnologica. In fondo, gli antichi indoeuropei irruppero sulla scena del mondo sui carri di battaglia, una straordinaria invenzione per l’epoca. Fin dal principio l’indoeuropeo si segnala per una grande capacità di innovazione tecnica; e la sua concezione spirituale del mondo è tale da attribuire un significato superiore alle stesse creazioni materiali. In India le ruote del carro di battaglia (i chakra) diventano simbolo dei centri di energia vorticosa che lo yogi attiva nella interiorità. In Grecia, il fabbro, che forgia le armi e gli altri ferri, diventa immagine del dio-ordinatore del kosmos secondo la concezione platonica del demyurghos. Nelle moderne imprese spaziali, nell’audacia investigativa delle scienze moderne, nel limpido stile delle creazioni tecnologiche, Romualdi scorgeva pertanto i frutti più maturi del genio europeo. Diciamo la verità, quando gli amici francesi della Nouvelle Droite hanno cominciato a valorizzare gli studi di sociobiologia, l’etologia di Konrad Lorenz e le più eterodosse ricerche di psicologia, non hanno fatto altro che sviluppare un impulso già dato da Adriano Romualdi. E ancora, quando Faye ha lanciato la brillante provocazione dell’Archeofuturismo proponendo di conciliare Evola e Marinetti, ovvero le radici profonde dell’Europa e le sue moderne capacità scientifiche-tecnologiche, in fondo ha ripreso un noto tema di Romualdi. Il lettore de Il fascismo come fenomeno europeo ricorderà che Romualdi nella stessa vicenda storica dei fascismi scorgeva il tentativo di difendere gli aspetti più alti della tradizione con gli strumenti più audaci della modernità. Guardando al futuro prossimo che si prospettava negli anni equivoci della contestazione, Romualdi scorgeva il rischio che gli europei si infiacchissero nel benessere, cadendo come frutti troppo maturi nel sacco di popoli meno civilizzati e più vitali (si legga la prefazione a Correnti politiche e culturali della destra tedesca). Tuttavia non disprezzò mai gli aspetti positivi della modernità europea e della stessa società del benessere costruita in Occidente. Oggi avrebbe probabilmente deriso quegli intellettuali che a destra sono tentati di abbracciare rozze utopie talebane. Romualdi voleva un’Europa ancorata al suo arkè, e nel contempo moderna, innovatrice, all’avanguardia della tecnologia. Un’Europa i cui uomini sappiano dialogare idealmente con i Seneca e i Marco Aurelio mentre guidano automobili veloci, utilizzano gli strumenti della comunicazione satellitare, operano con il laser. Questa immagine dell’Europa - abbozzata in pochi anni da Romualdi - rimane oggi il miglior “preambolo” per un continente vecchissimo eppure ancora in fieri.